Di notte è tutta un’altra storia. E’ il buio che fa la differenza. Ti cambia dentro e fuori. E’ talmente fitto che senza un lampione, un faro o la fiamma debole di un accendino consumato non riesci a distinguere il confine tra il cielo e la terra. E qui ti voglio. Trovarti con i piedi sul suolo e con la testa tra le stelle e vivere lo spettacolo più bello del mondo. Gratuito, in prima fila e con una poltrona ergonomica con tanto di fili d’erba che ti accarezzano il lobo dell’orecchio. Perché fermarsi in una campagna, o in un qualsiasi posto –ignoto o conosciuto- assicurarsi che nessun cane verrà morderti e nessun contadino geloso del suo territorio verrà a fucilarti, sdraiarsi completamente tanto da rendere la schiena un tutt’uno con la terra, stare zitto per non turbare i rumori di madre natura, avere l’impressione di trovarsi ad un passo dalla luna e soffermarsi senza porsi dei limiti spazio temporali, se non quello di un’alba delicata che – dio mio quanto sei bella- offrirà il suo fascio di luce è..sì, lo spettacolo più bello del mondo. Poco importa se ti sporcherai le mani, i capelli e troverai qualche impronta sul tuo maglione preferito. Poco importa se qualcuno al solito “cosa fai stasera?” e all’ insolito ”vado in un campo di terra a toccare il cielo” ti prenderà per pazza.
Perché di notte è tutta un’altra storia. Metti la macchina, anche lei, la stessa che di giorno con quel caldo africano sembra una sauna da soffocamento diventa più bella. E appena la metti in moto, ingrani le marce, inizi a girare alle quattro tra le strade di una città vuota, con la radio onnipresente che scandisce ogni tuo movimento, ti senti un po’ un conquistatore del mondo come se potessi andare ovunque anche se puntualmente la luce rossa della benzina inizia a lampeggiare.
E il vino di notte ha tutto un altro sapore. Ha quel surplus indefinito che ti permette un po’ di sognare. E non mi riferisco all’ubriacata che ti scombussola lo stomaco, ma a quell’agrodolce che solletica il cervello, di cui si prende cura, seppur per pochi istanti. E la notte ha i suoi misteri, è libertina, ma a volte è pesantemente riflessiva. Inizi a pensare a tutte le idiozie commesse ovviamente di notte, a tutti i “come dove e perché”, a tutti gli ipotetici “cosa sarebbe successo se..” e poi nuovamente – non puoi proprio farne a meno – ti ritrovi a ricommettere le stesse idiozie. Perché di notte è tutta un’altra storia…
Uno pensa a certe cose. Al fatto, per esempio, che quest’estate – per non volgere lo sguardo all’indefinito lungo periodo – porterà il marchio del punto interrogativo: grande e panciuto, nero e in grassetto. Tutto, esclusa l’adolescenziale visione pomeridiana di Gilmore girls, viaggia tra l’erba secca di in infinito campo color giallo-giallo e sempre uguale in qualsiasi direzione. E tu, mentre speri in un miracoloso filo di arianna, attivi le tue antenne salvavita per stare alla larga da quelle tremende balle di fieno che – magia o vento da monsone – aspettano il momento giusto per iniziare a rotolare velocemente e infine – oplà - schiacciarti! Ma in fondo, nulla di stupefacente, perché la schiacciata è parte integrante della nostra azione quotidiana. Amen.
Riprendiamo quindi. La schiacciata. Tipo quella da partita di pallavolo o quella più cruda che vede l’unione di due mani che annientano il punzecchioso moscerino o quella più gustosa e nutriente che trasforma la patata lessa in un morbido purè con pezzettini di formaggio e geometrici cubetti di prosciutto cotto. Tutto si schiaccia. Poi, quando ad essere schiacciato sei tu sono c…avoli! Metti oggi, per esempio, uno si alza la mattina con milleuno propositi, apre gli occhi e si rende conto di avere la vista annebbiata, tanto da non poter leggere i messaggi del cellulare. Passa mezz’ora e ti riprendi. Esci e ti rinchiudi da Coin, negozio di arredamento per la casa, per poi finire –preda di uno svenimento - tra le braccia della commessa. Così la tua giornata prosegue tra quattro mura, persiane abbassate, camomilla e cibalgina sul comodino perché schiacciata da un odioso mal di testa, noto come –dice internet- “cafalea con aurea”. Così quel simpatico giochetto della pallina morbidosa e colorata noto come “schiaccia pensieri” cambia la sua natura tramutandosi in un “pensieri che schiacciano”.
Poi ci si incoraggia, ci si dà forza, ci si anima anche di quell’equilibrio che, se indubbiamente è precario e in quanto tale intimorisce, è – almeno questo – portatore di libertà e di un’essenza profumate e leggera, che non è sapiente, ma che in fondo trasmette qualcosa. Ti ripeti di alimentarti delle tue passioni, anche se sono troppe e banali, e fare esplodere, senza badare alle forme, quell’energia che senti di avere. Alla faccia delle schiacciate.
Mi accorgo che sto al verde quando passo davanti al Joe Box (negozio di cd) , obbligo le mie gambine a velocizzare il passo, ad attraversare la strada, a correre come una furia perchè ho vandalicamente lasciato la macchina in doppia fila davanti ad un portone, mentre mi ripeto “non ti fermare, non ti fermare, fa finta che sia una pescheria, una macelleria…” Ok, ce ne vuole di fantasia per trasformare un vinile di Sarah Vaughan, uno di quelli che –altro che macchina del tempo- ti scaraventa in un club dall’aria fumosa, addolcita da un basso e una voce da dio, in un baccalà dalla testa mozzata che cucini solo perché è nutriente e contiene gli omega tre.
E così torno a casa. Accendo il computer. Vedo qualche video su you tube, mi intrattengo con qualche nota. Insomma il solito. Tra un clic e l’altro vieni a conoscenza che è uscito l’ultimo album di Pinco Pallino. “ahhh, interessante”, ti dici “ahhhhhh – tre h in più fanno la loro porca figura- poi –con la clausola di un futuro che più futuro non si può- lo compreraiiii, tanto oggi ci sono le versioni economiche quelle con la copertina di cartoncino…”. Bene. Arriva la sera, ci scappa la telefonata “come è andata oggi?”, o la conversazione su messenger con il tuo amichetto che abita a cento metri da casa tua:

Quattro mani – due per persona, secondo le leggi della natura- funzionano meglio di cento tentacoli appartenenti ad un unico polipo. Stamattina ho svegliato i gomitoli di lana dal letargo invernale e ho deciso di continuare la mia sciarpa –morbida morbida, color panna che già immagino con il jersey blu o con il cappottino marrone - . Così a mo' di nonnina, tra "due dritti e due rovesci" pensavo che tecnicamente la lana sarà lavorata da due mani, ma in fondo è
frutto di quattro, le mie e quelle di mia madre che quando ero bimbetta mi diceva come posizionare le dita, come mettere i ferri sotto le braccia e come evitare i nodi con il gomitolo.
Ho il debole per il “fai da me”, ma ho anche la consapevolezza che, senza un altrui occhio vigile, parto in quarta con i miei mille propositi e poi mi perdo come una giovane marmotta senza bussola. Ho capito quindi che mi piacerebbe avere una guida. In teoria ce ne sono tante, una per ogni occasione.
Stai ascoltando "Pela Luz Dos Olhos Teus" - Antonio Carlos Jobim & Miucha -
Stamattina mi sono alzata con il ricordo di un film (di cui, tra i vari aspetti, apprezzai moltissimo la colonna sonora). Sono passati nove anni da quando con il telecomando del videoregistratore premevo "avanti- stop- play", poi "indietro- stop- play" e vedevo questa scena di "American Beauty", cullata dalle note "Any other name" di Thomas Newman.
Riporto il dialogo in inglese e la traduzione in italiano:
"It was one of those days when it's a minute away from snowing and there's this electricity in the air, you can almost hear it, right?. And this bag was just dancing with me, like a little kid begging me to play with it. For fifteen minutes. And that's the day I realized that there was this entire life behind things, and... this incredibly benevolent force, that wanted me to know there was no reason to be afraid, ever. Video's a poor excuse, I know. But it helps me remember... and I need to remember... Sometimes there's so much beauty in the world I feel like I can't take it, like my heart's going to cave in."
"Era un di quei giorni in cui stava per nevicare da un momento all' altro. E c' era così tanta elettricità nell' aria che potevi quasi sentirla...E quel sacchetto di plastica era là, che danzava con me, come un bambino che mi pregasse di giocare con lui. Per quindici minuti. E' stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita dietro ogni cosa... e un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura... mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so. Ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c'è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla... e il mio cuore sta per franare."

Jeff Buckley (Anaheim, 17 novembre 1966 - Memphis, 29 maggio 1997).
Di tutti i giorni della settimana il lunedì è quello con il sistema nervoso più sviluppato. E’ simile ad un ragazzino che smette di concedersi ogni tipo di distrazione, diventa padre di famiglia e pensa a come beep arrivare alla fine del mese. Lo start è un risveglio a tratti preoccupato, seguito da quell'immagine “seriosa” riflessa sullo specchio mentre dai una rinfrescata al tuo viso segnato da occhiaie prepotenti. Il primo pensiero è il caffè più forte del mondo, come se davvero quei tre decilitri di liquido nero potessero aiutare a risolvere i tuoi impicci. Poi prendi la macchina e -peccato per il buon galateo- parolacce sonore rimbombano contro i vetri, mentre provi in tutti i modi a infilarti tra un pullman,
Il lunedì è l’inizio della fine, peggio di un bidone rigorosamente indifferenziato di rifiuti. Sta tutto lì: l’appuntamento con il commercialista per il 730, la fila di persone a cui hai detto il martedì-mercoledì-giovedì-venerdì precedenti “ci vediamo lunedì”, la dieta a base di kiwi, la pila di scartoffie e documenti che ti ruotano intorno come se ballassero il valzer del moscerino, l’iscrizione in piscina di tuo figlio, il libro di statistica che ti lancia uno sguardo beffardo del tipo “ciao amico, sono tutto per te, sai che giorno è oggi?”. Insomma tutte le promesse del mondo, quelle reali e virtuali, quelle del venerdì o della vita precedente, quelle possibili e quelle impossibili da record dei primati, sono concentrate in misere 24 ore, quelle –ripeto- del lunedì. Per due minuti scleri, ti fai una croce e chiedi un miracolo al più santo dei santi. Per altri cinque minuti inizi a pensare che la tua memoria a breve termine sia gravemente danneggiata, perché non ricordavi tutti questi impegni. Allora credi che sia giunta l’ora di assumere una segretaria/aiutante dotata di una migliore capacità organizzativa e di iniziare una cura di pappa reale, proprio quella che ti consiglia tua madre da circa dieci anni. Infine, ti dai coraggio e con una dose di santa pazienza inizi. Tanto, ti ripeti, mal che vada rimanderai qualche impegno al..lunedì successivo.
stai ascoltando "dizzy atmosphere" di Charlie Parker
Si può sfondare nella vita se hai delle belle idee. Così ogni tanto mi metto sotto un albero e –aria disinvolta- mi ripeto che un giorno anche la mia testa sarò colpita dalla mela di Newton e inizierò a gridare –Archimede, quello di Topolino, mi è sempre stato troppo simpatico- “Eureka! Eureka!”
Fino ad oggi le mie ispirazioni mi hanno solo portato a realizzare delle cornici con le foglie secche e con i residui delle matite temperate, a utilizzare la carta igienica e la colla per ottenere le perline delle collanine estive e a mischiare liquidi colorati con le pozioni del “piccolo chimico” che mio padre mi regalò all’età di quattro anni, con tanto di rischio avvelenamento. Ma l’idea “dell’uso infinito di mezzi finiti” per dirla alla Chomsky ha sempre stuzzicato quei quattro neuroni che, poveri disgraziati, vorrebbero produrre un output più..come dire...fantasioso/originale/simpatichello, qualcosa che –insomma- sia ben distante dagli scatoloni grigi da grande distribuzione.
Tutto questo ambaradan per dire che ultimamente, sarà che questi cinque esami solo per il fatto di essere – cornettino rosso, toccare ferro, e incrociare le ditina pleeeeease- “gli ultimi” pesano come il cemento armato, pensavo che nella mia vita e in quella di chiunque altro potrebbero esserci dei colpi di scena o sorpresine da ovetto kinder.
Se, giusto per considerare la più probabile delle ipotesi, non trovo un lavoro nei successivi due mesi dalla laurea, potrei imparare dalla mia vicina di casa quei dolci stupendamente buoni che drogano le mia papille gustative e – Viva la fantasia genteee!! – andare a venderli a Santo Domingo o, ritorniamo in Europa, potrei –data la mia perfetta sintonia con i bimbetti- pensare a qualcosa per loro come “la scuola della schifezze” (finalmente niente “questo no perché ti sporchi, questo no perché lo rompi”..etc,etc.), associata a lezioni di español/english/italiano, alternate da moduli bricolage creativo e momenti di “inventiamoci le storie più belle”. Insomma, come si dice, chi ne ha più ne metta!!
Remi e salvagente, si naviga e si sbircia e ho trovato quanto segue:
VUOI ESSERE UNO DEGLI AUTORI DELLA PROSSIMA ANTOLOGIA LAS VEGAS?
Partecipa al nostro gioco, bello bello in modo assurdo.
Las Vegas edizioni (www.lasvegasedizioni.com) ti mette a disposizione il suo scintillante casinò letterario e un gioco completamente gratuito per mostrare il tuo talento.
Il premio? Potrai essere uno degli autori della prossima antologia di Las Vegas!
REQUISITI: possedere un sito o un blog. (Non hai un blog? Quale migliore occasione per aprirne uno!)
ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2) mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.
TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.
PREMI: il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.
Signore e signori, fate il vostro gioco!

He vuelto. Esta vez en serio y sin ningún billete de avión reservado para los próximos dos meses. En mi sillón, como si fuera una señora mayor, desde las 6 de la tarde con una infusión de frutos de bosque. Vuelvo con unas ganas de italiano, aquel dialectal y rico, denso y un poquito sonoro. Vuelvo y veo las películas en español, con un grande empeño también en el inglés y con la curiosidad de estudiar otro idioma. Vuelvo con el deseo de la naturaleza, la que es real, hecha de mala hierba y ortigas omnipresentes. Vuelvo y voy a hacer la compra para tomar el curry, el cuscús, el comino y todas las especias con un contenido misterioso. Vuelvo con la clara demanda de mozzarella casertana, aunque tenga dentro dioxina. Vuelvo aunque las calles estén llenas de basura y en el gobierno haya ganado la derecha. Vuelvo con la urgencia de estudiar y de terminar mi “capitulo universitario”. Vuelvo aunque en los países extranjeros se diga que Italia está muriendo. Vuelvo para ver las estrellas, comer un maravilloso trozo de pizza y las sfogliatelle ricce. Vuelvo con una maleta muy pesada: meses inconscientes, como una aventura, aquellos momentos del tipo “esta noche salimos, quizás cuando volveremos, a qué hora y a quién conoceremos”, aquellos meses del tipo “cada día es una vida y quiero vivir de manera llena” o aquellos otros ratos de “entrar en la cocina, del piso donde vivo, y ver personas desconocidas dormir en el sofá”. Vuelvo y tengo ganas de conducir. Ninguna nube o vacío de aire, solo tierra ruda aunque haga daño a los brazos. Vuelvo con los mismos miedos que tenía hace un año, porque no es verdad que el tiempo y el espacio ayudan para todas aquellas cosas allí. Vuelvo. A IKEA para amueblar mi techo: alfombras, almohadas, y todas las cosas que gustan a una chica, como yo. Vuelvo a jugar con Google Earth y me encanta leer los nombres extraños de algunos lugares que hay en el mundo como Ophryosporus Paradoxus (en Chile). Vuelvo y reencuentro mi colección de tazas para el desayuno, mis amados Cd, y el usual desorden que detesta mi madre. Vuelvo con la conciencia de que nadie me podrá entender. Sin presunción o arrogancia. Vuelvo y voy a ayudar a la organización de una boda (la de mi hermano) y me siento totalmente inútil para elegir los colores de las cintas de las bomboneras. Vuelvo con una confusión de ideas que tengo que ordenar. Vuelvo. A casa. Ahora. Con ganas de quedarme. Y luego de irme otra vez. Si termino con la universidad. No sé dónde. Quizás no en Italia. Sí, me gustaría. Dentro de poco. Sólo por poco.
Sono tornata. Questa volta sul serio e senza nessun biglietto d’aereo prenotato per i prossimi due mesi. Sulla mia poltrona per l’appuntamento nonnesco delle 18 con l’infuso ai frutti di bosco. Ritorno con la voglia di italiano, quello dialettale e saporito, denso e un pò sonoro; ritorno e vedo i film in spagnolo, con uno sforzo immane anche in l’inglese e con l’idea bizzarra di studiare un’altra lingua. Ritorno insieme al desiderio di natura, quella vera, fatta di erbacce e ortiche onnipresenti. Ritorno e vado al supermercato a comprare curry, cuscus, cumino e quelle spezie dal contenuto misterioso. Ritorno con una esplicita richiesta di mozzarella casertana, alla faccia della diossina. Ritorno anche se le strade sono ancora costeggiate da immondizia e le elezioni sono andate nel peggiore dei modi. Ritorno per l’urgenza di studiare e di chiudere il capitolo universitario. Ritorno anche se all’estero si dice che l’Italia stia morendo. Ritorno per vedere le stelle, mangiare una favolosa pizza al taglio e le sfogliatelle rigorosamente ricce. Ritorno con una valigia pesantissima: mesi incoscienti, a tratti spericolati, quelli del “stasera usciamo, chissà quando torniamo, a che ora e chi conosciamo”, quelli del “ogni giorno è una vita e io voglio vivere a pieno”, quelli del “passeggiare da sola alle 4 del mattino” o di “entrare in cucina, quella dell’appartamento in cui vivi, e vedere persone di cui ignori l’identità appisolate sul divano”. Ritorno e ho voglia di guidare, niente nuvole o vuoti d’aria, ma solo terra ruvida anche se scortica le braccia. Ritorno con gli stessi e identici timori e dubbi di anno fa, perché non è vero che il tempo o lo spazio aiutano a...tutte quelle cose lì. Ritorno. Da Ikea per arredare il mio soffitto: tappeti, cuscini, tavolini bassi e gli oggettini tipicamente inutili che adorano le fanciulline come me. Ritorno a giocare con google earth, e rendermi conto che nel mondo ci sono paesini dal nome assurdo come Ophryosporus Paradoxus (Cile). Ritorno e ritrovo la mia collezione di tazze per la colazione, i miei adorati cd e il solito disordine che esaurisce mia madre. Ritorno con la consapevolezza che nessuno può capire. Senza presunzione o tono arrogante. Ritorno e mi ritrovo a “collaborare” per organizzazione di un matrimonio (quello di mio fratello), senza negare la mia completa inutilità a scegliere i colori dei nastrini della future bomboniere. Ritorno insieme ad una confusione di idee sovrapposte da ordinare e categorizzare. Ritorno. A Casa. Adesso. Con la voglia di restare. E poi ri-andare. Se mi laureo. Non so dove. Forse di nuovo al di là del confine. Sì, mi piacerebbe. Tra un po’. Solo per un po’.