Ginevra, lungi dall’essere la seconda città più popolata della Svizzera dopo Zurigo, è il nome che mi è stato delicatamente urlato nel timpano sinistro con un’intensità sonora di 100 decibel da una quarantenne. La quarantenne richiedeva l’attenzione di una quattrenne che – detto tra noi – non se la sarebbe filata neanche davanti alla corruzione di una stecca di zucchero filato associata ad un palloncino colorato perché troppo impegnata a correre dietro un cane a forma di topo – per dimensioni e mimica facciale – di nome Arturo.
Detto questo, mi sono repentinamente allontanata dai soggetti pericolosi, ho fatto riprendere il mio timpano e – per essere sicura - sono salita al piano di sopra. Mi sono affacciata e la quarantenne continuava ad urlare, mietendo ulteriori vittime. Ma questa volta - grazie ad una newtoniana intuizione - urlava il nome del quadrupede… Arturo.
La sera mia madre chiama Fabio per sapere se è uscito dall’ufficio e se ha mangiato. A volte mi verrebbe da dire che è un po’ rompiscatole e che un uomo a trent’anni di certo non morirà di fame. Dura un attimo, perché nel preciso istante in cui lei afferra il telefono capisco se che tutti avessero quel senso di Cura verso l’altro probabilmente ci sarebbero più matrimoni con happy end e meno divorzi, più sorrisi spontanei e meno foto vetrina su facebook. Una cosa è certa, gli psicologi guadagnerebbero di meno. E non te la cavare con la sterile storia che "la mamma è sempre la mamma". Sarebbe una giustificazione ipocrita in cui mentiresti non tanto a me, bensì a te stesso.
E’ tutto molto più semplice, baby: spesso la gente parla perché ama sentire il suono della propria voce, si diletta ad emettere giudizi come se fosse onnisciente, agisce per segnare il marchio del proprio passaggio - in cui è anche previsto un premio a chi fa più vittime - . E dico “proprio”, inteso come “suo” ovvero come quello che la maestra in seconda elementare definiva come “aggettivo possessivo”. Se poi casualmente il baricentro d’interesse dovesse spostarsi verso l’altro e l’altro sei proprio, esattamente tu, reputati fortunato. E’ una cosa rara.
Mi piacerebbe essere svegliata dalla sveglia e non svegliare la sveglia. O, almeno, vorrei svegliarmi, intendendo per risveglio l’azione successiva ad un numero indefinito di ore di sonno che stanotte invece hanno raggiunto quota due/tre.
Però mentre guardavo il soffitto, ho pensato che se dipendesse da me, io vivrei di sola dolcezza. E non mi nauseerebbe .
A volte questa storia del tempo mi perseguita.
Lascia stare che “dopo i 18 anni, tutto ha un andamento più veloce”, lascia stare tua madre che inizia a stancarsi per un niente, lascia stare le foto sbiadite attaccate al frigorifero.
A volte questa storia del tempo non mi lascia tregua.
Cosa hai seminato? Hai fatto del bene a qualcuno? E a chi? Sei mai uscito solo per vedere il tramonto? Quante volte al giorno ti fermi per riflettere? Hai mai avuto cura di una persona? Hai mai messo da parte il tuo tornaconto personale? Quante volte fai delle sorprese – seppur banali - ? Perché aspetti sempre il momento giusto? Perché aspetti e sprechi una risorsa esauribile? Perché brindi solo per il compleanno e le festività di una religione in cui neanche credi? Perché fai respiri assonnati? Perché non scrivi lettere di carta? Perché ti alimenti di cose non dette? Vieni a correre con me? Leggiamo una poesia? Ti piace questa foto? Lo sai che gli abbracci sono gratuiti? Perché non ti ubriachi di parole tremendamente e profondamente dolci invece di una vino torbido che sarai costretto a vomitare? O forse è diventata una moda anche essere tristi?
Una multa per un parcheggio in divieto di sosta, la telecom che ti lascia senza connessione internet, l’influenza disgraziata, gerani appassiti, fila di tre ore alla posta, riff pesanti, black out durante la scena più bella del film, disordine ladruncolo, azioni a scopo di lucro, pioggia di stravento, fame non soddisfatta. In sei mesi poteva succedere tutto questo e invece ho fatto il pieno con la discussione della tesi di laurea, un bonsai che si affaccia dal balcone, il portatile riparato, abbracci di luce, Tenco, una lampada non funzionante che diventerà un vaso per fiori, giochi di parole, parole costruite con giochi , Gardner e la sua matematica, il corso di meteorologia, il sapere poliedrico, i primi curricula da inviare, un video realizzato, leggere Einstein a fumetti, assoli di chitarra, dare forma ai pensieri, decidere un percorso, Italia – Europa – Mondo, regali inaspettati, l’uso infinito di mezzi finiti.

Tu sei felice con poco e ne vai profondamente fiera.
Succede quando ti sottrai dall’insindacabile giudizio del tuo tribunale mentale e quando non ti interessa minimamente il grugnito di approvazione di chi fa del doppio giro di perle e di un completo in cashmire il proprio stile di vita. Succede che diverse cose nella vita non ci piacciono ma che il beneficio che ne ricaviamo supera il temporaneo disagio che ci arrecano.
E’ questa la pesantezza di cui venivo simpaticamente criticata ai tempi del liceo, età 14 anni, quando una volta al mese veniva organizzato il fatidico mac- p danzerino. Solita storia “marica perché non vieni?” , “ a me non piace”, suscitando lo scalpore dei 27 amichetti della classe. Così successe per un concerto di vasco rossi – 9 luglio di 5? anni fa - che non esitai a rifiutare per occupare in cambio la sedicesima fila per l’esibizione di James Taylor - platea dall’età media di 50 anni -. Fu uno spettacolo meraviglioso. Questo per dire che è bello alimentarsi delle proprie passioni. Stop. anche se nessuno apprezzerà la scatola in das che con il cuore stai costruendo, anche se i tuoi appunti e disappunti di vita resteranno come una massa amorfa e teorica NEL cassetto - o chissà -.
Sprazzi di sangue o frammenti di cuore. Gli uni o gli altri a seconda di una arbitraria interpretazione. Questo è quanto accaduto durante lo scorrere delle lancette e il voltare pagina di un calendario che oggi segna il terzo giorno del mese di gennaio. Fine della storia.
C’è che, a detta di alcuni, sono “scomparsa”. Ho letto con sorriso alcune mail e i messaggi di vari amici splinderiani e non che mi invitavano a mandare un segnale di fumo che avrebbe attestato la mia esistenza e ho sorriso ancor di più all’ingenuo “pensiero che qualcuno mi pensasse”. Sono i regali più graditi: intangibili, inodori, invisibili. Mentre tu beatamente dormi, avvolta da innumerevoli strati di coperte come una mummia egiziana usufruisci dei tuoi poteri di onnipresenza ed entri come una regina nella testa di chi ti ha invitato. C’è qualcuno che t-i p-e-n-s-a.
Ma ci tenevo a specificare che non sono andata sulla Luna, che non sono stata rapita e che se non ho fatto a quasi nessuno gli auguri di buon anno non vuol dire che sono scoppiata insieme ai fuochi d’artificio, ma significa che inizierò a farli oggi, tanto è solo il terzo giorno del mese di gennaio.
Veniamo al punto. Dove sto/come sto/cosa è successo:
A casa mia, la stessa da 24 anni. Però – pay attention please – sono passata dalla stanza della prima porta a destra a quella della quarta porta a sinistra. Succede così quando tuo fratello si sposa e tu –finalmente- puoi sbarazzarti di quel ripostiglio senza luce e entrare nella stanza più grande, più soleggiata e con balcone. Succede che c’è un vero e proprio re-restyling, che cambio i mobili, il materasso, il piumone. C’è che chiamo Michele il pittore e decido di avere una parete Rossa alle spalle del letto. In realtà la devo ancora battezzare, ma io so che sta tutto lì.
Sprazzi di sangue o frammenti di cuore. Dicevo prima.
Perchè nei periodi di cambiamento c’è chi rivoluziona il taglio – ma io tranne quando avevo i capelli a spazzola a 4 anni, sono sempre stata stupidamente restìa – c’è chi cambia colore dei capelli – ma a me piacciono naturali – c’è chi si fa il piercing – ma io devo ancora fare i buchi alle orecchie – c’è chi si fa il tatuaggio – ma io avrei bisogno di un’anestesia totale – c’è chi inizia a fumare – ma a me piacciono gli odori freschi non quelli che si appiccicano alle mani – e chi invece cambia il colore della parete. Quella sono io.
C’è che ad ottobre sono andata dalla mia migliore amica a Londra e ho comprato l’ennesimo quadernetto su cui scrivere. E’ bellissimo, lo abbiamo scelto insieme e lei dato voce alla prima pagina. E c’è che ho una voglia sfrenata di mettere su carta i miei pensieri e i miei millecinquecento tic quotidiani, ma ogni volta che l’inchiostro bagna la carta, repentinamente incappuccio la penna perché se i pensieri sono belli ho paura che diventino vecchi e lontani ricordi, se invece i pensieri sono brutti vorrebbe dire ingabbiarli e non lasciarli passare. C’è che quest’anno ho trascorso il cenone della vigilia con un pomodorino congelato in mano perché mi sono scottata un dito e non avevo un cubetto di ghiaccio e che durante l’abbuffata del 31 sono arrivata ultima al gioco dell’oca. C’è che ho scritto ben poco per la mia tesi ma ho iniziato e quasi concluso un corso di marketing e comunicazione che si tiene in un posto in cui per entrare la mattina devi dare le impronte digitali, un codice personale e ti controllano anche il cofano dell’auto per vedere se hai qualche bomba nascosta. Ma il tipo della sicurezza mi ha detto che ho la faccia pulita. C’è che a caserta hanno aperto
...Cose stupide insomma, così si dice, o, io dico, piccoli dettagli che fanno la differenza. D’altronde, se fosse - il freddo - solo una questione meteorologica, una linea di mercurio al di sotto dello zero, tra i bollenti infusi autunnali, la solita borsa dell’acqua calda, le coperte fino alla punta del naso, la fiamma docile del legno scoppiettante, non ne sentirei mai la presenza...
Tratto dal mio diario, quello di carta con le macchie d'inchiostro
Ritorni all’ultimo esame e ai cinque anni universitari che in un solo istante – quello in cui firmavo sullo statino – ho rivisto scorrere davanti a me.
Ritorni a giovedì scorso, una giornata a camminare senza sosta di alcun tipo tra i paraocchi della folla londinese. E – presa da un indescrivibile felicità - ci ritrovi la tua migliore amica che, egoisticamente, speri ti raggiunga il prima possibile in una meta ancora ignota. E ci ritrovi quella stessa Londra che – vecchi tempi - ti aveva fatto sognare e poi – caina – ti ha quasi puntato la pistola alle tempie.
Ritorni al 27 febbraio – il giorno prima di ritornare in Italia da Madrid – quando feci l’ultima passeggiata sulla Gran Via e salutai un meraviglioso – per simpatia e cordilità - edicolante che mi abbracciò e i suoi genitori che mi augurarono “Suerte!”.
Ritorni ai discorsi perenni sull’ “equilibrio” che – diciamocelo in faccia – causa dell’eterno e viziato stato di insoddisfazione raramente sarà raggiungibile perché, se va tutto male ti deprimi, se va tutto bene ti annoi. E, in quest’ultimo caso, vuol dire – pardon ma sei un povero cifrollo e non ti invidio per niente- che non sai apprezzare la poltroncina che sopporta il peso del tuo corpo.
E poi ritorni ai pensieri sul tuo modo di fare, o per l’esattezza, reltivi al tuo Essere. Quello di riuscire a raggiungere il vertice più alto della felicità “ con niente” – il primo infuso d’autunno, una semplice parola carina e ritrovare una vecchia musicassetta di quando giocavo a “fare la radio” e registravo le puntate del “mio programma” –. Ma poi anche se fai leva su quel livello di pazienza un tempo infinita (ora – eppure sono una fanciullina - già inizia a diventare più “pretenziosa”) è lo stesso “niente” – un gesto non apprezzato, uno sguardo non ricambiato, le parole che non sai decifrare - a farti abbassare lo sguardo, segno di fugace tristezza che – forza e coraggio questi non sono problemi! – scacci via con quella bella dose di entusiasmo di cui in un modo o nell’altro vai timidamente fiera.
Perché - e qui ci vedo il mio presente e il mio futuro- mai come adesso ho voglia di riempire i buchi vuoti, di arricchire spudoratamente e di sfruttare tutte le infinite potenzialità che l’essere umano possiede, può regalare e che invece – stupido idiota – mette da parte come un pezzo di carne congelato da offrire in chissà quale altra vita.