Una multa per un parcheggio in divieto di sosta, la telecom che ti lascia senza connessione internet, l’influenza disgraziata, gerani appassiti, fila di tre ore alla posta, riff pesanti, black out durante la scena più bella del film, disordine ladruncolo, azioni a scopo di lucro, pioggia di stravento, fame non soddisfatta. In sei mesi poteva succedere tutto questo e invece ho fatto il pieno con la discussione della tesi di laurea, un bonsai che si affaccia dal balcone, il portatile riparato, abbracci di luce, Tenco, una lampada non funzionante che diventerà un vaso per fiori, giochi di parole, parole costruite con giochi , Gardner e la sua matematica, il corso di meteorologia, il sapere poliedrico, i primi curricula da inviare, un video realizzato, leggere Einstein a fumetti, assoli di chitarra, dare forma ai pensieri, decidere un percorso, Italia – Europa – Mondo, regali inaspettati, l’uso infinito di mezzi finiti.

Tu sei felice con poco e ne vai profondamente fiera.
Succede quando ti sottrai dall’insindacabile giudizio del tuo tribunale mentale e quando non ti interessa minimamente il grugnito di approvazione di chi fa del doppio giro di perle e di un completo in cashmire il proprio stile di vita. Succede che diverse cose nella vita non ci piacciono ma che il beneficio che ne ricaviamo supera il temporaneo disagio che ci arrecano.
E’ questa la pesantezza di cui venivo simpaticamente criticata ai tempi del liceo, età 14 anni, quando una volta al mese veniva organizzato il fatidico mac- p danzerino. Solita storia “marica perché non vieni?” , “ a me non piace”, suscitando lo scalpore dei 27 amichetti della classe. Così successe per un concerto di vasco rossi – 9 luglio di 5? anni fa - che non esitai a rifiutare per occupare in cambio la sedicesima fila per l’esibizione di James Taylor - platea dall’età media di 50 anni -. Fu uno spettacolo meraviglioso. Questo per dire che è bello alimentarsi delle proprie passioni. Stop. anche se nessuno apprezzerà la scatola in das che con il cuore stai costruendo, anche se i tuoi appunti e disappunti di vita resteranno come una massa amorfa e teorica NEL cassetto - o chissà -.
Sprazzi di sangue o frammenti di cuore. Gli uni o gli altri a seconda di una arbitraria interpretazione. Questo è quanto accaduto durante lo scorrere delle lancette e il voltare pagina di un calendario che oggi segna il terzo giorno del mese di gennaio. Fine della storia.
C’è che, a detta di alcuni, sono “scomparsa”. Ho letto con sorriso alcune mail e i messaggi di vari amici splinderiani e non che mi invitavano a mandare un segnale di fumo che avrebbe attestato la mia esistenza e ho sorriso ancor di più all’ingenuo “pensiero che qualcuno mi pensasse”. Sono i regali più graditi: intangibili, inodori, invisibili. Mentre tu beatamente dormi, avvolta da innumerevoli strati di coperte come una mummia egiziana usufruisci dei tuoi poteri di onnipresenza ed entri come una regina nella testa di chi ti ha invitato. C’è qualcuno che t-i p-e-n-s-a.
Ma ci tenevo a specificare che non sono andata sulla Luna, che non sono stata rapita e che se non ho fatto a quasi nessuno gli auguri di buon anno non vuol dire che sono scoppiata insieme ai fuochi d’artificio, ma significa che inizierò a farli oggi, tanto è solo il terzo giorno del mese di gennaio.
Veniamo al punto. Dove sto/come sto/cosa è successo:
A casa mia, la stessa da 24 anni. Però – pay attention please – sono passata dalla stanza della prima porta a destra a quella della quarta porta a sinistra. Succede così quando tuo fratello si sposa e tu –finalmente- puoi sbarazzarti di quel ripostiglio senza luce e entrare nella stanza più grande, più soleggiata e con balcone. Succede che c’è un vero e proprio re-restyling, che cambio i mobili, il materasso, il piumone. C’è che chiamo Michele il pittore e decido di avere una parete Rossa alle spalle del letto. In realtà la devo ancora battezzare, ma io so che sta tutto lì.
Sprazzi di sangue o frammenti di cuore. Dicevo prima.
Perchè nei periodi di cambiamento c’è chi rivoluziona il taglio – ma io tranne quando avevo i capelli a spazzola a 4 anni, sono sempre stata stupidamente restìa – c’è chi cambia colore dei capelli – ma a me piacciono naturali – c’è chi si fa il piercing – ma io devo ancora fare i buchi alle orecchie – c’è chi si fa il tatuaggio – ma io avrei bisogno di un’anestesia totale – c’è chi inizia a fumare – ma a me piacciono gli odori freschi non quelli che si appiccicano alle mani – e chi invece cambia il colore della parete. Quella sono io.
C’è che ad ottobre sono andata dalla mia migliore amica a Londra e ho comprato l’ennesimo quadernetto su cui scrivere. E’ bellissimo, lo abbiamo scelto insieme e lei dato voce alla prima pagina. E c’è che ho una voglia sfrenata di mettere su carta i miei pensieri e i miei millecinquecento tic quotidiani, ma ogni volta che l’inchiostro bagna la carta, repentinamente incappuccio la penna perché se i pensieri sono belli ho paura che diventino vecchi e lontani ricordi, se invece i pensieri sono brutti vorrebbe dire ingabbiarli e non lasciarli passare. C’è che quest’anno ho trascorso il cenone della vigilia con un pomodorino congelato in mano perché mi sono scottata un dito e non avevo un cubetto di ghiaccio e che durante l’abbuffata del 31 sono arrivata ultima al gioco dell’oca. C’è che ho scritto ben poco per la mia tesi ma ho iniziato e quasi concluso un corso di marketing e comunicazione che si tiene in un posto in cui per entrare la mattina devi dare le impronte digitali, un codice personale e ti controllano anche il cofano dell’auto per vedere se hai qualche bomba nascosta. Ma il tipo della sicurezza mi ha detto che ho la faccia pulita. C’è che a caserta hanno aperto
...Cose stupide insomma, così si dice, o, io dico, piccoli dettagli che fanno la differenza. D’altronde, se fosse - il freddo - solo una questione meteorologica, una linea di mercurio al di sotto dello zero, tra i bollenti infusi autunnali, la solita borsa dell’acqua calda, le coperte fino alla punta del naso, la fiamma docile del legno scoppiettante, non ne sentirei mai la presenza...
Tratto dal mio diario, quello di carta con le macchie d'inchiostro
Ritorni all’ultimo esame e ai cinque anni universitari che in un solo istante – quello in cui firmavo sullo statino – ho rivisto scorrere davanti a me.
Ritorni a giovedì scorso, una giornata a camminare senza sosta di alcun tipo tra i paraocchi della folla londinese. E – presa da un indescrivibile felicità - ci ritrovi la tua migliore amica che, egoisticamente, speri ti raggiunga il prima possibile in una meta ancora ignota. E ci ritrovi quella stessa Londra che – vecchi tempi - ti aveva fatto sognare e poi – caina – ti ha quasi puntato la pistola alle tempie.
Ritorni al 27 febbraio – il giorno prima di ritornare in Italia da Madrid – quando feci l’ultima passeggiata sulla Gran Via e salutai un meraviglioso – per simpatia e cordilità - edicolante che mi abbracciò e i suoi genitori che mi augurarono “Suerte!”.
Ritorni ai discorsi perenni sull’ “equilibrio” che – diciamocelo in faccia – causa dell’eterno e viziato stato di insoddisfazione raramente sarà raggiungibile perché, se va tutto male ti deprimi, se va tutto bene ti annoi. E, in quest’ultimo caso, vuol dire – pardon ma sei un povero cifrollo e non ti invidio per niente- che non sai apprezzare la poltroncina che sopporta il peso del tuo corpo.
E poi ritorni ai pensieri sul tuo modo di fare, o per l’esattezza, reltivi al tuo Essere. Quello di riuscire a raggiungere il vertice più alto della felicità “ con niente” – il primo infuso d’autunno, una semplice parola carina e ritrovare una vecchia musicassetta di quando giocavo a “fare la radio” e registravo le puntate del “mio programma” –. Ma poi anche se fai leva su quel livello di pazienza un tempo infinita (ora – eppure sono una fanciullina - già inizia a diventare più “pretenziosa”) è lo stesso “niente” – un gesto non apprezzato, uno sguardo non ricambiato, le parole che non sai decifrare - a farti abbassare lo sguardo, segno di fugace tristezza che – forza e coraggio questi non sono problemi! – scacci via con quella bella dose di entusiasmo di cui in un modo o nell’altro vai timidamente fiera.
Perché - e qui ci vedo il mio presente e il mio futuro- mai come adesso ho voglia di riempire i buchi vuoti, di arricchire spudoratamente e di sfruttare tutte le infinite potenzialità che l’essere umano possiede, può regalare e che invece – stupido idiota – mette da parte come un pezzo di carne congelato da offrire in chissà quale altra vita.

Illusioni da primo settembre. Come il primo dell’anno ma senza fuochi d’artificio e la sbornia della notte precedente. Uno ci prova – ok, senza impegno – ma l’esito – quello del “rimando a domani, che è meglio”- è sempre lo stesso. Ragion per cui, il grillo parlante, per quanto rompiballe e inflessibile nella sua dottrinale posizione, non può che incamminarsi per una passeggiata, possibilmente lunga, e rimandare le sue prediche in un altro momento.
Perché il verde –tanto-, il mare –poco-, le stelle – un’infinità -, l’armonica – ultimo acquisto -, la soffitta – cinque giorni assurdi per pulirla -, le amicizie – sette in macchina -, la solitudine non leopardiana – diventerò un’incompresa in mezzo alla folla?-, i falò – furti di pannocchie -, i contatti intercontinentali – sempre -, la mancanza di rispetto – ho vissuto troppo tempo nell’ovatta -, le perle di saggezza – mi sento specializzata -, Gaya – torna in Italiaaa!! -, il matrimonio del fratelluzzo – ho afferrato io il bouquet di fiori della sposa -, la raccolta di more – ho paura dei serpenti nelle siepi -, la birrozza –
“Tornerà un altro inverno
Cadranno mille petali di rose
La neve coprirà tutte le cose
Forse un po' di pace tornerà”
Stai ascoltando "Estate" - versione di Chet Baker -
Di notte è tutta un’altra storia. E’ il buio che fa la differenza. Ti cambia dentro e fuori. E’ talmente fitto che senza un lampione, un faro o la fiamma debole di un accendino consumato non riesci a distinguere il confine tra il cielo e la terra. E qui ti voglio. Trovarti con i piedi sul suolo e con la testa tra le stelle e vivere lo spettacolo più bello del mondo. Gratuito, in prima fila e con una poltrona ergonomica con tanto di fili d’erba che ti accarezzano il lobo dell’orecchio. Perché fermarsi in una campagna, o in un qualsiasi posto –ignoto o conosciuto- assicurarsi che nessun cane verrà morderti e nessun contadino geloso del suo territorio verrà a fucilarti, sdraiarsi completamente tanto da rendere la schiena un tutt’uno con la terra, stare zitto per non turbare i rumori di madre natura, avere l’impressione di trovarsi ad un passo dalla luna e soffermarsi senza porsi dei limiti spazio temporali, se non quello di un’alba delicata che – dio mio quanto sei bella- offrirà il suo fascio di luce è..sì, lo spettacolo più bello del mondo. Poco importa se ti sporcherai le mani, i capelli e troverai qualche impronta sul tuo maglione preferito. Poco importa se qualcuno al solito “cosa fai stasera?” e all’ insolito ”vado in un campo di terra a toccare il cielo” ti prenderà per pazza.
Perché di notte è tutta un’altra storia. Metti la macchina, anche lei, la stessa che di giorno con quel caldo africano sembra una sauna da soffocamento diventa più bella. E appena la metti in moto, ingrani le marce, inizi a girare alle quattro tra le strade di una città vuota, con la radio onnipresente che scandisce ogni tuo movimento, ti senti un po’ un conquistatore del mondo come se potessi andare ovunque anche se puntualmente la luce rossa della benzina inizia a lampeggiare.
E il vino di notte ha tutto un altro sapore. Ha quel surplus indefinito che ti permette un po’ di sognare. E non mi riferisco all’ubriacata che ti scombussola lo stomaco, ma a quell’agrodolce che solletica il cervello, di cui si prende cura, seppur per pochi istanti. E la notte ha i suoi misteri, è libertina, ma a volte è pesantemente riflessiva. Inizi a pensare a tutte le idiozie commesse ovviamente di notte, a tutti i “come dove e perché”, a tutti gli ipotetici “cosa sarebbe successo se..” e poi nuovamente – non puoi proprio farne a meno – ti ritrovi a ricommettere le stesse idiozie. Perché di notte è tutta un’altra storia…
Uno pensa a certe cose. Al fatto, per esempio, che quest’estate – per non volgere lo sguardo all’indefinito lungo periodo – porterà il marchio del punto interrogativo: grande e panciuto, nero e in grassetto. Tutto, esclusa l’adolescenziale visione pomeridiana di Gilmore girls, viaggia tra l’erba secca di in infinito campo color giallo-giallo e sempre uguale in qualsiasi direzione. E tu, mentre speri in un miracoloso filo di arianna, attivi le tue antenne salvavita per stare alla larga da quelle tremende balle di fieno che – magia o vento da monsone – aspettano il momento giusto per iniziare a rotolare velocemente e infine – oplà - schiacciarti! Ma in fondo, nulla di stupefacente, perché la schiacciata è parte integrante della nostra azione quotidiana. Amen.
Riprendiamo quindi. La schiacciata. Tipo quella da partita di pallavolo o quella più cruda che vede l’unione di due mani che annientano il punzecchioso moscerino o quella più gustosa e nutriente che trasforma la patata lessa in un morbido purè con pezzettini di formaggio e geometrici cubetti di prosciutto cotto. Tutto si schiaccia. Poi, quando ad essere schiacciato sei tu sono c…avoli! Metti oggi, per esempio, uno si alza la mattina con milleuno propositi, apre gli occhi e si rende conto di avere la vista annebbiata, tanto da non poter leggere i messaggi del cellulare. Passa mezz’ora e ti riprendi. Esci e ti rinchiudi da Coin, negozio di arredamento per la casa, per poi finire –preda di uno svenimento - tra le braccia della commessa. Così la tua giornata prosegue tra quattro mura, persiane abbassate, camomilla e cibalgina sul comodino perché schiacciata da un odioso mal di testa, noto come –dice internet- “cafalea con aurea”. Così quel simpatico giochetto della pallina morbidosa e colorata noto come “schiaccia pensieri” cambia la sua natura tramutandosi in un “pensieri che schiacciano”.
Poi ci si incoraggia, ci si dà forza, ci si anima anche di quell’equilibrio che, se indubbiamente è precario e in quanto tale intimorisce, è – almeno questo – portatore di libertà e di un’essenza profumate e leggera, che non è sapiente, ma che in fondo trasmette qualcosa. Ti ripeti di alimentarti delle tue passioni, anche se sono troppe e banali, e fare esplodere, senza badare alle forme, quell’energia che senti di avere. Alla faccia delle schiacciate.
Mi accorgo che sto al verde quando passo davanti al Joe Box (negozio di cd) , obbligo le mie gambine a velocizzare il passo, ad attraversare la strada, a correre come una furia perchè ho vandalicamente lasciato la macchina in doppia fila davanti ad un portone, mentre mi ripeto “non ti fermare, non ti fermare, fa finta che sia una pescheria, una macelleria…” Ok, ce ne vuole di fantasia per trasformare un vinile di Sarah Vaughan, uno di quelli che –altro che macchina del tempo- ti scaraventa in un club dall’aria fumosa, addolcita da un basso e una voce da dio, in un baccalà dalla testa mozzata che cucini solo perché è nutriente e contiene gli omega tre.
E così torno a casa. Accendo il computer. Vedo qualche video su you tube, mi intrattengo con qualche nota. Insomma il solito. Tra un clic e l’altro vieni a conoscenza che è uscito l’ultimo album di Pinco Pallino. “ahhh, interessante”, ti dici “ahhhhhh – tre h in più fanno la loro porca figura- poi –con la clausola di un futuro che più futuro non si può- lo compreraiiii, tanto oggi ci sono le versioni economiche quelle con la copertina di cartoncino…”. Bene. Arriva la sera, ci scappa la telefonata “come è andata oggi?”, o la conversazione su messenger con il tuo amichetto che abita a cento metri da casa tua:
